
Non può il mio cuore senza riso vivere
e innanzi al duolo che vi mina e estingue,
meglio è di riso che di pianto scrivere,
chè il riso l'uom dall'animal distingue.
(F. Rabelais, Gargantua e Pantagruele, Ai lettori)
Cose ridicole, buffe, che fanno ridere in maniera sguaiata e convulsa o anche solo sorridere, più compostamente. Facezie. Ma anche myricae: «Arbusta iuvant humilisque myricae» (Virgilio, Egloghe, IV, 2). «Myricae è la parola che usa Virgilio per indicare i suoi carmi bucolici: poesia che si eleva poco da terra, humilis» scrive Pascoli all’amico Guidi. È la forma delle cose piccole che ci manca. Ora. È la forma dei gesti quotidiani irrimediabilmente persi che una generazione di non-ancora-poeti, non-ancora-scrittori, non-ancora-artisti cerca a galla, sulla superficie delle cose, oltre la profondità dell’irripetibile. Facezie e myricae; meglio ancora se tra parentesi, le myricae: facezie (e myricae), dunque. Questa è la prospettiva da cui ci proponiamo di guardare le cose che succedono intorno, scegliendo con ostinata diligenza di farci carico del fardello del faceto che scatena il riso e libera dalle ossessioni.
La scelta del comico ci condanna alla rinuncia di nobili e certe origini: siamo senza dubbio, la tradizione ce lo riconosce, figli di madre ignota:
«Mentre le trasformazioni della tragedia e il loro svolgimento ci sono noti, la commedia ci sfugge perché all'inizio non fu presa sul serio».
(Aristotele, Poetica, 1449 a)
Siamo debitori delle memorie falliche di Aristofane e di Ennio e celebriamo ogni anno il passato dissoluto e torbido di Cecco e Rustico. Ce ne piace l'immagine mitica, poco importa se storiograficamente poco corretta, di poeti stravaganti, messi al bando dai circoli delle élite culturali.
«Il ridicolo (...) è un errore o una bruttura che non reca né sofferenza né danno».
(Aristotele, Poetica, 1449 b)
La mimesi di chi è peggio di noi che contrassegna il discorso comico non è cosa che porta sofferenze o tensioni. La battuta sprofonda l'uomo nella voragine della risata ed è molto democratica: tutti a vangare nel profano. Unica eccezione: chi non riesce a cogliere l'attimo dell'umorismo, chi non si lascia travolgere dal dissacrante, chi cerca di capire e spiegare ciò che fa ridere e che, per quanto sublime o, al contrario, triviale che sia, non può e non deve essere spiegato, pena l'annientamento dell'aura faceta, nostro unico e insindacabile guru spirituale. Ci sembra d'altra parte vero che, per quanto la letteratura non sia territorio di rivoluzioni, ma progredisca esclusivamente per balzi quantici (cf. D. Brullo, La stella polare, Roma 2008) il comico, inteso in tutte le sue declinazioni, dalla satira alla parodia, abbia prodotto nel tempo diversi movimenti tellurici politici e sociali. Non siamo più nella sfera autonoma del discorso letterario, ma nel polmone che gli respira di fianco, quello della vita delle persone (tali anche quando non sono «in azione», come richiesto dall'immagine letteraria dell'esistere). È dunque forse solo il ridicolo inteso come pura evasione a non recare danno. Il ridicolo che fa male (riconosciamo il paradosso) è capace perfino di generare mondi altri:
«Sì, un sorriso è l'origine del Chisciotte, e al tempo stesso ciò che gli impedirà di voltarsi in tragedia».
(V. Bodini, Introduzione al Don Chisciotte, p. XXXI)
Il mondo nuovo di Cervantes ridicolizza quello cavalleresco di Orlando, Rinaldo e Ferraù, ma preserva dalle fiamme del comico il genio dell'Ariosto. Riconosce la sacralità del gesto artistico e lo risparmia. Riconosce sé stesso e ha pietà di sé: l'orgiastico incontro che ha dato vita al faceto è quello tra sacro (che, nonostante il genere, potrebbe qui giocare il ruolo della madre, sottraendoci in extremis all'incertezza della maternità) e profano. Il suo è un continuo movimento di osmosi che si diffonde da un ambiente più piccolo a uno più grande e viceversa, senza possibilità di soluzione o dissoluzione. Non c'è pace nel movimento comico. E questo è evidente (seppur con le dovute differenze) nella comicità onirica di Kafka come anche in quella surreale di Charms. In un favoloso e ormai celebre saggio sulla comicità in Kafka scrive così David Foster Wallace:
«Non stupisce se non riescono (gli studenti americani, abituati a concepire l'umorismo come intrattenimento e rassicurazione) ad apprezzare l'ironia che è davvero al cuore di Kafka: e cioè che lo sforzo mostruoso di affermare un sé umano risulta in un sé la cui umanità sarà inscindibile da quel mostruoso sforzo. Che il nostro infinito e impossibile percorso verso casa in realtà è già casa».
(D.F. Wallace, Alcune considerazioni sulla comicità in Kafka, in Considera l'aragosta, p. 69)
La scelta della comicità, attraverso la sua possibilità di intuire la complessità del presente, ci permette il disimpegno dalla condizione di orizzontalità che connota il nostro quotidiano stare al mondo, e non ci impedisce (riconosciamo un altro probabile paradosso) una «ricerca della leggerezza come reazione al peso di vivere» (I. Calvino, Lezioni americane).
Le myricae, le cose insignificanti, di poco conto, che non vengono ricordate perché accompagnano la realtà senza segnarla, sono l'altro termine del nostro discorso. Sono l'altra possibilità che abbiamo di fuggire la macchinosità dell'evento e di accostarci al sacro, di ripetere la cantilena dei grani di un rosario fino allo sfinimento, fino a perdere di vista tutto per inseguire una piccola cosa.
Quello che ci proponiamo con questo progetto è di dare ancora più spazio alle nostre risate, alle nostre serate e al nostro stare insieme. Ci piacerebbe, anche attraverso “Facezie (e myricae)”, trovare altri spazi in cui stare insieme e nuove persone con cui ridere, perché, crediamo, il riso non dovrebbe mai stare troppo fermo a godere di sé, ma avere la possibilità di rigenerarsi in altro riso, di muoversi di continuo, di non cristallizzarsi.
E questo, pensiamo, è tutto.
