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rubrica: FATTI NON FUMMO PER VIVER COME DRUGHI
Fatti non fummo a viver come bruti
André

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Lo incontrai la prima volta all'uscita di un cinema, vicino Boulevard Bonne Nouvelle. Era accompagnato da Robert Desnos e ripercorrevano con le parole e con i gesti delle mani la trama del film appena visto. Si trattava della storia di un cinese che, avendo trovato la maniera di moltiplicarsi a suo piacimento, aveva deciso di invadere New York con tanti esemplari di se stesso.

Allora non ebbi il coraggio di accostarmi a loro.

Avrei voluto presentarmi e dire qualcosa, ma non mi venne in mente niente e me restai lì impalato a fissarli e ad ascoltare finché non se ne furono andati. Per tutto il tempo della loro conversazione, non fecero assolutamente caso a me, o perlomeno così mi parve in quella prima circostanza.

Alcuni giorni dopo mi capitò di assistere a questa rappresentazione teatrale.

Un tale, camicia bianca e capelli ricci appoggiati su una fronte corrugata, batteva violentemente a macchina, facendo vibrare con la sua voce dei versi che parevano di un mistico caduto in disgrazia all'inferno. Degli attori muti, tra cui uno molto piccolo di statura e calvo, si alternavano in un girotondo vorticoso di urla silenziose, moti che si suicidavano sui volti prima di raggiungere le corde vocali. Erano donne e uomini di successo, personaggi dello spettacolo, facce famose delle riviste patinate, noti intellettuali, celebri studiosi, influenti manager d'azienda, alti funzionari e politici. Alla fine della danza, l'uomo in camicia bianca, rivolgendosi al pubblico disse: «Queste parole non sono ancora state scritte da un poeta che nasce oggi: Allen Ginsberg».

In platea riconobbi Marcel Duchamp che assisteva allo spettacolo.

Alcuni giorni dopo avvenne il nostro secondo incontro. Ero davanti alla libreria Humanité a cercare tra i titoli in vetrina il nome di Ginsberg che, effettivamente, perlomeno ad una prima sommaria ricerca, sembrava non esistere nell'universo librario.

André usciva dalla stessa libreria con aria stizzita. Aveva in mano un piccolo volume in brossura di cui non mi riuscì di leggere il titolo. Si fermò davanti a me e disse: «Ho appena visto tracollare a terra un albero secolare. Non dica niente. A questo mondo esiste solo la libertà. Non ne faccia scempio. Ne abusi magari, ma non ne faccia scempio, la prego». Se ne andò camminando con passo nervoso.

Cercai un posto in cui restar solo coi miei pensieri, ma non servì a nulla. Non erano intenzionati a darmi spiegazioni. Rimasero tutto il giorno sdraiati sulla superficie vitrea dei miei occhi.

La terza volta che lo incontrai non fu per caso. Mi ero informato su dove abitava. Non era stato difficile. Bussai alla sua porta senza una ragione in grado di giustificare il mio comportamento. Dissi: «Signor Breton non so che dire, mi faccia entrare». Mi fece entrare.

Il tavolo della sala da pranzo era invaso da fogli con schizzi e disegni che mi sembrarono piuttosto bruttini. Mi offrì un armagnac. Poi mi raccontò la storia di Victor Hugo e Jouliette Drouette che durante tutta la loro esistenza erano andati a passeggio nello stesso parco, ripetendo le stesse frasi, gli identici rituali che li avevano accompagnati per una vita. Lui, davanti al cancello d'accesso più grande di una casa di campagna, ripeteva: «Ingresso a cavallo, Madame». Lei rispondeva, davanti all'ingresso più piccolo della stessa casa: «Ingresso pedoni, Monsieur». Poco più avanti, di fronte a una quercia, Hugo aggiungeva: «Filemone e Bauci», sapendo che non avrebbe avuto risposta da Juliette.

André scrisse alcune parole su un foglio già scarabocchiato che mi diede prima di congedarsi. Lessi:

«A che varrebbe tutto il genio del mondo se non ammettesse accanto a sé quell'adorabile correzione che viene dall'amore».

Tony Mensola
(la scimmia balsamica)

 

(Tutte le citazioni, dirette e indirette, di questo scritto, provengono da Nadja, Einaudi, Torino 2007 e Manifesti del surrealismo, Einaudi, Torino 2003).

 

 


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